Rosa è in quella lacrima, in quel pianto in bianco e nero che mi ha fatto commuovere vedendo il film documentario di Marta La Licata Rosa Balistreri – un film senza autore prodotto da Rai Storia. Quella lacrima è il concentrato della sua vita, è l’espressione della sua voce, è il contenuto delle sue canzoni.
Rosa Balistreri la ritrovo in quella lacrima che ancora mi emoziona, perché in quella lacrima c’è anche chi l’ha amata, chi l’ha applaudita, chi ne ha seguito il percorso artistico ed esistenziale, chi ancora la canta e la cunta.
Rosa mi commuove anche adesso, rivedendola, ripensandola, rileggendo la sua storia. Non ricordo, per la verità, di averla mai vista dal vivo, nella mia terra, dove ha collaborato con tanti artisti amici come i Dioscuri e Antonio Zarcone. Ma sento un’emozione attraversarmi il corpo. Mi avrà sicuramente preso il cuore, da piccolino, in uno dei suoi concerti in piazza, in una delle sue apparizioni ai festival dell’Unità dove mio padre mi conduceva. E, comunque, l’ho ascoltata e cantata, da grande, nei miei gruppi folk, come tanti, tantissimi.
A trent’anni dalla scomparsa, viene ricordata e celebrata in diverse parti della sua terra, la Sicilia, e nel suo paese d’origine, Licata, con studiosi che ne esaltano il valore e artisti che ne reinterpretano le canzoni, riproiettandoci nel suo mondo e cercando di farci rivivere, per dirla con Andrea Camilleri, quel “momento di magica sospensione affidata alla sua voce straziata e straziante”.
Una voce ancora presente, ancora potente, ancora graffiante, così tanto imitata, ma così difficile da imitare. Una voce unica, autentica, iscritta nel registro delle Eredità immateriali della Sicilia e impressa nell’animo di chi ancora la ama e ne trae ispirazione per la propria musica.
“Per noi siciliani, – testimonia Carmen Consoli – quella di Rosa Balistreri è una voce familiare, forte, carnale, profonda, che sopravvive al suo corpo, quasi rara per le donne. Faceva tremare i vetri senza bisogno di amplificazione”.
C’è un ricordo affettuoso del poeta Ignazio Buttitta. Risale a quella volta quando a Firenze, a casa di un amico pittore, la conosce e la sente cantare il suo poemetto Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali: “Quella sera non la dimenticherò mai! La voce di Rosa, il suo canto strozzato, drammatico, angosciato, pareva uscisse dalla terra arsa della Sicilia. Ho avuto l’impressione di averla conosciuta sempre, di averla vista nascere e seguita per tutta la vita: bambina, scalza, povera, moglie, madre… perché Rosa Balistreri è un personaggio favoloso, direi un dramma, un romanzo, un film senza autore”.
Una donna, un’artista a cui oggi rendiamo il giusto tributo, non dimenticando la sua esistenza e cosa ha patito, da bambina e da madre di una bambina. Lo ricorda lei stessa, sempre, in ogni suo intervento e nelle sue canzoni che raccontano la sua dura vita e quella della Sicilia e dei siciliani: “Avevo nove, dieci anni, e mio padre la mattina, spesse volte, mi veniva a svegliare alle tre di notte: ‘Rosina, vuoi venire, papà, con me in campagna a raccogliere le spighe?’. E si andava in campagna, a volte senza pane, perché non se ne aveva. E si facevano quaranta, cinquanta chilometri a piedi col sacco al collo. E non avevo neanche le calze e venivo con le gambe piene di sangue. E stavo a contatto con i campieri, con i padroni, con i contadini, con la gente misera che stava sottomessa. Se sono riuscita a cantare è per la mia povertà, la mia miseria, la mia fame, la mia disperazione, la mia emarginazione, sia come donna, sia come essere umano, sia come tantissime altre cose. Io sono una donna del popolo, una donna che ha faticato nella sua vita, che un pezzo di pane me lo sono sempre affannato a sudore di sangue. Il mio canto è una preghiera, il mio canto è una protesta, il mio canto è un amore verso tutta la mia gente”.
Dopo mille lavori, mille vicissitudini, tra drammi e tragedie, spostamenti da Licata a Palermo, da Palermo a Firenze, Rosa Balistreri entra nel mondo della musica tardi, come tardi impara a leggere e a scrivere. Ma, caparbia, di una caparbietà esemplare, riesce a farsi strada, annoverando prestigiose collaborazioni come quella con Dario Fo e, dopo Canzonissima, sfiorando il grande palcoscenico di Sanremo dal quale nel 1973 verrà esclusa all’ultimo momento con il suo celebre brano Terra ca nun senti.
A 63 anni la rivedo, arrabbiata e anche delusa, a Tele Video Faro di Licata, intervistata dall’allora direttore Francesco Pira che le dedica uno speciale. Rosa, chitarra sempre in mano, ha modo di cantare i suoi cavalli di battaglia e di raccontarsi (“Io non sono una cantante che ha bisogno la spacca nel vestito. Non sono neanche una cantante. Io sono una cuntastorie e una cantastorie”).
È scesa da Firenze per donare alla locale biblioteca comunale i suoi preziosi libri, con un pensiero rivolto ai giovani licatesi (“Mi sembra giusto lasciare questa ricchezza non a Palermo dove ho vissuto vent’anni, ma alla mia gente, alla mia terra, dove sono nata e che amo”). Rosa è arrabbiata per il concerto in piazza del giorno precedente: “Non avevo né luce ed i microfoni erano scassati… non mi hanno rispettata per quello che io merito”.
Poi Rosa Balistreri se ne esce con una di quelle verità che fanno male, molto male, perché è la realtà di tanti artisti riconosciuti nella loro immensità solo dopo: “Voi capirete Rosa Balistreri quando sarò morta, ma quando sarò viva mai, perché protesto, ed ho ragione di protestare”.
Rosa ci lascia il 20 settembre 1990. In quegli ultimi giorni è coinvolta dal regista Andrea Camilleri nella messinscena de I mafiusi di la Vicaria di Palermu, prodotto dal Teatro Stabile della Calabria. Iniziano le prove. Poi lo chiamano al telefono per dirgli che lo spettacolo è sospeso “in quanto Rosa si era gravemente ammalata”. Camilleri, a Rai Storia, esprime allora il rimpianto “di non averla potuta conoscere meglio in quei giorni delle prove; ma quella sua voce, in quella sua scena, me la sono portata dentro per tutti questi anni”.
Raimondo Moncada
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