Chi malafigura cu Camilleri


Chi malafigura che mi ha fatto fare Andrea Camilleri! Il suo romanzo La mossa del cavallo si è trasformato nella mossa dell’asino, con il somaro riferito all’incauto lettore.
In questa storia ci sono coinvolti tanti soggetti e più palcoscenici: ci sono io, ci sono professori universitari, ci sono direttori di giornali, ci sono librerie della Sicilia, dell’Emilia Romagna, della Lombardia, c’è la casa editrice Sellerio.
Il tutto nasce a Grotte, in occasione della trentesima edizione del Premio “Racalmare – Leonardo Sciascia”, che si apre il 31 agosto con un omaggio al Maestro, ad Andrea Camilleri. La direzione artistica è di Salvatore Ferlita, critico letterario, saggista, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università “Kore” di Enna. La cerimonia di premiazione è presentata dal direttore di Malgrado Tutto Egidio Terrana.


In quell’occasione vengo chiamato a dare voce al maestro di Vigata leggendo due brani scelti da Salvatore Ferlita: sono gli incipit dei romanzi La mossa del cavallo e La concessione del telefono, due degli oltre cento libri pubblicati da Andrea Camilleri.

È la prima volta che mi approccio alla lettura de La mossa del cavallo e mi intriga così tanto che decido di andare in libreria e di acquistarne una copia, tutta per me, da leggere dall’incipit fino alla fine.

È un libro risalente al 1999 pubblicato da Rizzoli e poi ripubblicato da Sellerio nel 2017. Chiedo a più librerie, che cominciano a rifornirsi di vagonate di testi del maestro, e alla fine ne trovo una. Sono ansioso di cominciarne la lettura e di capire come prosegue l’infuocata relazione fra patre Artemio Carnazza e donna Trisina. Apro il libro e comincio.


Prima della lettura delle pagine scritte da Andrea Camilleri, decido di non leggere altro: quarte di copertina, anticipazioni, recensioni. Nulla di nulla. Non voglio essere condizionato. So solo che dal libro è stato tratto un film che non ho visto.

Casto e puro mi abbandono al filo della storia.

La lettura non tradisce le mie attese. Il romanzo è splendido, è intrigante e scorre che è una meraviglia. La storia mi prende tutto, mi assorbe. È scritto con il fresco entusiasmo di uno scrittore che si diverte a raccontare e a coinvolgere. A un certo punto entra in scena un personaggio: Giovanni Bovara, nuovo ispettore capo dei Mulini di Montelusa, nato a Vigata ma a pochi mesi di età portato al nord dal padre che ha trovato lavoro a Genova.

Continuo a leggere che è una bellezza. A pagina 33 mi fermo bruscamente. Ci sono delle frasi che non capisco, per come sono scritte mi danno l’impressione di essere un errore di stampa o una lingua straniera: “A so voxe reciòcca into corridô veuo. O ca inderrȇ…”

Davanti a quel muro, mi blocco. Ritorno in libreria e spiego. La libraia controlla altri testi e sono tutti uguali. Mi dice che lo segnalerà alla casa editrice e che si farà inviare nuove copie e che quando arriveranno mi chiamerà al telefono per fare il cambio.

In attesa della sostituzione, fermo il cantiere della lettura. Nel frattempo mi capita di girare altre librerie, della Sicilia, dell’Emilia Romagna e della Lombardia. I libri sono tutti come il mio. Scorro velocemente e mi accorgo che ci sono altre pagine come la 33. Decido così di contattare direttamente la casa editrice Sellerio con un’email che sintetizzo: “Buongiorno, mi permetto di segnalare una fornitura difettosa del romanzo La mossa del cavallo. Ho trovato tante pagine in doppia lingua, quella di Camilleri e quella, credo, di una traduzione in una lingua straniera a me sconosciuta”.

Allego la foto non di pagina 33 ma di pagina 53: “A sala manxé a-o cian de sotta a dava inta stansia a-a man…”

Non ho riscontro. Silenzio.

Il giallo nel giallo si fa ancora più giallo. Mi capita di ascoltare Andrea Camilleri mentre presenta nel 2015 il romanzo La giostra degli scambi a Palermo, a ”Una marina di libri“. Parla della ricerca continua sulla sua lingua, il vigatese, e dice anche qualcos’altro:

“Ho scritto anche romanzi storici dove l’uso del linguaggio è più spinto che non in Montalbano. All’inizio mi sono chiesto: e la casalinga di Voghera? Metti conto che un povero disgraziato del nord si imbatte nella Forma dell’acqua: se io gliela scrivo come ho scritto Il re di Girgenti oltre all’enigma del romanzo giallo c’è anche l’enigma che non capisce la lingua. E allora l’ho molto attenuata in Montalbano, mentre negli ultimi tempi, sicuro ormai dei miei lettori che ormai avevano capito il gioco della mia lingua, ho potuto spingere il pedale un po’ di più”.
Mi telefona la libreria: “È arrivato il libro richiesto”.

Mi catapulto. Finalmente posso riprendere la lettura. Entro in libreria, confrontiamo il mio libro con quello arrivato e non ancora mio. Ci accorgiamo che sono uguali in tutto, nella forma, nel contenuto, nella fabbricazione: una stampa perfetta, sempre di ottima fattura, curata in ogni minuscolo dettaglio tipografico.

Ora mi sorge prepotente il dubbio, con gli strati profondi della pelle che cominciano a colorarsi di rosso, colore che trattengo con tutte le energie per non farlo arrivare in superficie e renderlo visibile.

È stato un mio errore? Sono stato precipitoso? Chi malafigura!

La libraia ha il computer acceso. Le dico di inserire qualche parola o frase di quella lingua “straniera” in un traduttore automatico. Arrivano in libreria altri clienti. Esco con un pensiero fisso nella testa.

Mi siedo su una panchina, in una piazza semivuota. Apro google sullo smartphone e comincio a inserire diverse parole nel motore di ricerca.

Google ne saprà più di me? La macchina batterà l’uomo?

Dopo i primi tentativi andati a vuoto, comincia a uscire fuori la tagliente verità.

Nel giro di una decina di minuti, mi chiama al telefono la libraria. Prima che parli l’anticipo: “È dialetto ligure!”.


Dopo averlo fatto esprimere in italiano-siciliano, Andrea Camilleri in alcune pagine fa parlare e pensare Giovanni Bovara in genovese, lingua che ho ascoltato in qualche canzone di Fabrizio De Andrè e su cui non mi sono mai soffermato nei testi scritti.

Dopo la scoperta, penso alle mie visite nelle librerie di mezza Italia, penso alla mia mossa dell’asino con quell’email inviata alla Sellerio, penso di non uscire più di casa, penso di non farmi vedere in giro più da nessuno per la colossale malafigura accucchiata.

Mi tengo tutto dentro (evitando pure di entrare in libreria) fino a quando a Palermo, in corso Ruggero Settimo, non incontro casualmente Salvatore Ferlita. Trovo il coraggio di confessare, di raccontargli tutto, attendendomi una sonora, plateale bocciatura senza possibilità d’appello.

Salvatore Ferlita mi spiega che Andrea Camilleri amava sperimentare, di romanzo in romanzo, con una lingua sempre in evoluzione, e a volte portava la sperimentazione all’eccesso costringendoti a ritornare indietro e a rileggere per capire. Se ti sei fermato – mi dice – significa che sei un buon lettore. Ci sono altri che invece, pur non capendo, vanno avanti lo stesso.

Rinfrancato dalle parole del professore Ferlita (grazie!), da asino che vuole capire riprendo in mano La mossa del cavallo. Lo inizio dall’incipit e, arrivato a pagina 33, ho la stessa sensazione, quella di trovarmi come un muro davanti agli occhi che ora, però, dovrò in qualche modo sgretolare per andare oltre e scoprire come patre Carnazza e Trisìna proseguiranno la loro storia e cosa farà il capo dei Mulini.
Contemporaneamente approfondisco e scopro che Genova ha nella vita di Camilleri un suo senso, affettivo. Gli errori, le gaffe, le malafigure, servono da stimolo al sapere: sono schiaffoni che ti danno la consapevolezza del vuoto da colmare. Nel capoluogo ligure a 25 anni Andrea Camilleri vinse un premio di poesie indetto dalle Olimpiadi culturali della gioventù, rimanendone incantato dalla bellezza. Di Genova è Livia, la fidanzata del commissario Montalbano. Rintraccio un’intervista e sento Camilleri dire: “Amo Genova! Mi piace moltissimo. È dagli anni Cinquanta che la conosco e ne sono rimasto affascinato, vuoi della città vuoi dei cittadini che l’abitano e quindi, quando posso, la faccio tornare nella mia memoria”.

Raimondo Moncada

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