La strage di Capaci e il viaggio della Quarto Savona Quindici

Strage di Capaci, Quarto Savona Quindici


Ti coglie un brivido. Ancora, dopo tanti anni. È una tragedia che ti è rimasta dentro e ogni volta che ritorni a quell’evento riprovi la stessa emozione di allora, ricordandoti dov’eri, che facevi, con chi eri, con quel senso di incredulità, di pietà, di rabbia, di paralisi, di paura, di sconfitta, di senso di colpa: avremmo potuto fare qualcosa per impedirlo? per salvarli? E piangi, per il dolore che ha causato quel gesto così eclatante di un’associazione criminale, quell’attacco della mafia allo Stato e ai suoi rappresentanti non così adeguatamente difesi in territorio di guerra. Anzi vittime pure di azioni di delegittimazione prima di diventare bersaglio annunciato. Ritorni in Sicilia, lungo l’autostrada Punta Raisi-Palermo, con un giro d’orologio indietro di trent’anni, e rivedi e rivivi quelle terribili immagini del dopo esplosione che a Capaci fece saltare in aria le auto del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, dei poliziotti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. 
Un fermo immagine di quello che è stato, e che non si può dimenticare, è custodito in una teca, la Quarto Savona Quindici, che ci rammenta la barbarie di Cosa Nostra, la sua sfrontatezza, la sua sfida a viso aperto a chi si era messo in testa di fare sul serio per contrastarla, per smantellarla, per batterla, con metodo, con scienza, senza soggezione, senza paura, con la forza della legge, facendo semplicemente il proprio dovere, svolgendo la propria funzione di magistrato, di poliziotto, di carabiniere, di giornalista, di prete, di cittadino.


La teca Quarto Savona Quindici, con il logo della Polizia di Stato, contiene un’auto accartocciata, irriconoscibile, che da anni gira di città in città, fermandosi in pubbliche piazze, in luoghi istituzionali (è stata anche ad Agrigento, nella Valle dei Templi e nella caserma Anghelone della Polizia di Stato). E anche se non sai niente di quell’involucro trasparente, apparentemente informe, vieni attratto da quelle lamiere contorte e dalla scritta  Capaci, 23 maggio 1992. E capisci, e ti avvicini anche se hai un impegno importante, anche se hai altri pensieri, e ti fermi e stai in silenzio accanto a tanti altri che si avvicinano e che stanno in silenzio. Dentro ci sono i resti della Fiat Croma blindata della Questura di Palermo a bordo della quale viaggiavano i poliziotti Montinari, Dicillo e Schifani. È la prima auto del corteo a difesa di Giovanni Falcone partita dalla Caserma Lungaro investita dall’esplosione di 500 chili di tritolo. Il suo nome in codice è Quarto Savona Quindici. I poliziotti a bordo morirono sul colpo. La seconda auto, una Croma bianca blindata guidata da Giovanni Falcone con accanto la moglie, si schiantò contro il muro d’asfalto e detriti sollevato dalla deflagrazione. Gli agenti della Polizia di Stato Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corpo che viaggiavano sulla terza auto, una Croma azzurra, e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza che era in macchina con i magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, rimasero gravemente feriti insieme ad altre 23 persone.

“Da Palermo, – si legge in una tabella apposta sulla teca – la Quarto Savona Quindici continua il suo viaggio, scortata dalla Polizia di Stato per permettere alla memoria di vincere l’oblio, ricordando a tutti, nessuno escluso, che Antonio, Vito e Rocco, non erano solo ‘gli uomini della scorta’ ma erano padri, mariti, figli e fratelli”. 

La loro auto di servizio, con la memoria accartocciata del sangue versato in questo e in altri eccidi di mafia, ha aperto la primavera a Bologna, nella Settimana della Legalità, promossa in occasione della XXVII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (ideata nel 1996 dall’associazione Libera), nell’anno in cui ricorre il trentennale delle stragi di Capaci e Via d’Amelio. Una città, Bologna, dove l’Università Alma Mater ha attivato con la professoressa Stefania Pellegrini un corso di studi nella facoltà di Giurisprudenza denominato Mafie e Antimafie “per formare nello studente una coscienza sociale e una conoscenza scientifica rispetto a un fenomeno tanto pernicioso quanto radicato come quello mafioso”. Una città, Bologna, dove ha sede uno dei centri operativi dell’associazione antimafia La banda costituita da emiliani e siciliani e che gestisce la testata giornalistica Mafie sotto casa e un sito internet che mappa le mafie in Italia e fa il punto con i suoi dossier sulle mafie in Emilia Romagna (è in uscita il nuovo). 

Strage di Capaci, Quarto Savona Quindici


La teca Quarto Savona Quindici a Bologna è stata collocata davanti alla biblioteca comunale Sala Borsa, in piazza Nettuno, a due passi da Piazza Maggiore. L’istallazione è stata svelata il 24 marzo dalle autorità locali, alla presenza di Tina Montinaro, vedova di Antonio, presidente dell’associazione Quarto Savona Quindici

Si avvicina tanta gente che sosta e che non vorrebbe andare via. Persone che toccano la teca e rimangono così, con la mano sul vetro, parlando a quei resti che ti stanno ad ascoltare. C’è chi lascia pure dei fiori. Una mamma prova a raccontare ai figli piccoli quello che è accaduto. 


C’è un ringraziamento della Polizia di Stato a Tina Montinaro, “vera artefice di un viaggio che ancora continua”. Tina Montanaro viene descritta come una “donna forte e determinata, che ha operato negli anni con coraggio e con instancabile impegno per diffondere il messaggio che affiora da queste lamiere: lo Stato vince soltanto se ognuno di noi compie, ogni giorno, il proprio dovere”. 

La memoria di quel che è accaduto è incisa a chiare lettere nelle tabelle affisse nelle quattro pareti della teca e riprende vita da quelle lamiere contorte da cui si nota un contachilometri bloccato per sempre a 100287, come si è bloccato l’orologio nella stazione ferroviaria di Bologna dopo l’attentato terroristico del 2 agosto 1980. Ma quel motore si è riacceso e non si è più fermato come non si sono mai fermati gli insegnamenti, i moniti di Giovanni Falcone incisi anche sulla Quarto Savona Quindici:

“Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”. 

Raimondo Moncada




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