Totò Allegro e la missione di una vita

Salvatore Totò Allegro

Stanno andando via troppi amici e in un’età in cui non si dovrebbe morire, ma vivere e godersi la vita senza più combattere contro acciacchi, disabilità, dolori, malattie. 

Ho come l’impressione che ci sia qualcosa. Non è possibile! 


Oggi mi ha raggelato la notizia della morte di Salvatore Allegro, meglio conosciuto come Totò, Totò Allegro. Non sapevo della sua ennesima, importante battaglia fino a quando non me me lo ha detto lui. 

“Ma come, il fratellone non ti ha detto niente?”

Stava lottando come sempre, ce la stava mettendo tutta, come sempre, e mi ha detto che era sereno. Tutto questo poco dopo il suo pensionamento. Mi manca l’ultima fase, mi mancano gli ultimi mesi. 


Per due decenni ci siamo incontrati al Comune di Sciacca, lui all’ufficio anagrafe, nell’atrio superiore dell’ex collegio dei Gesuiti, ingresso principale del Palazzo Municipale. L’ho sempre visto in sedia a rotelle a causa di un incidente avuto in giovanissima età. E negli ultimi anni prima del pensionamento ne parlava con fatica, per il prezzo che ha dovuto pagare, per le conseguenze a cui va incontro chi sta per troppo tempo sopra quel mezzo che sostituisce in tutto e per tutto le tue gambe. 


Totò era forte, ironico, indipendente. Non voleva pesare su nessuno. Chiamava gli amici per un aiuto quando proprio era necessario e urgente. Aveva la sua macchina e si muoveva da solo per la città e per venire a lavorare. Ricordo la sua grinta, che era anche rabbia, che era anche impegno, che lo ha portato anche a occuparsi di tematiche sociali in prima persona al Consiglio dell’ex Provincia regionale di Agrigento. Ed è in quell’occasione che, mi ha detto un giorno, mi ha conosciuto, quando facevo il giornalista per Teleacras e poi per il Giornale di Sicilia. Una conoscenza che poi è diventata stima che poi si è tramutata in amicizia e in empatia. 

“Lo so cosa provi, lo so cosa significa” gli dicevo, ricordando le difficoltà di mio padre mutilato ad Agrigento. 

Totò ne ha fatto una sua battaglia personale, continua, quotidiana, insistente, instancabile, con determinazione e anche coraggio, non guardando in faccia a nessuno e non fermandosi di fronte a niente. Ha portato avanti quella che ha sempre considerato una missione fino a quando la salute lo ha sostenuto. Ha sempre battagliato per la rimozione delle barriere architettoniche, la semplificazione della vita, già difficilissima, dei disabili. E non si è mai fermato, non si è mai scoraggiato, impressionandomi per la forza, la stessa forza che vedevo in mio padre che dall’età di sedici anni ha dovuto fare i conti con la mutilazione della guerra alla gamba, e ha corso per tutta la vita come se ne avesse due. 


Ciao, Totò. Ti voglio ricordare per come ti ho fotografato nell’estate del 2014 nel tuo atrio, nel tuo Comune, davanti alle bandiere. E scusa se non potrò venire a darti l’ultimo saluto. Non posso e sai perché. Ti saluto così, con queste parole estemporanee. Ma sentite.


Raimondo Moncada 

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