“Buon Natale!”. Mi ha detto proprio così: “Buon Natale!”. E me lo ha augurato l’ultimo giorno di novembre, tra luci che in ogni angolo della città cominciano ad accendersi una dietro l’altra, come in un inarrestabile contagio, per creare l’atmosfera di fine anno; e tra vetrine dove cominci a vedere natività in ceramica e in corallo. Non è ancora il momento degli auguri, ma lei me li ha formulati lo stesso, prima del tempo, senza aspettare.
Dire “Buon Natale” adesso ha allora un altro significato, forse più profondo. Significa “Buona vita!”. Ecco. E non si è limitata ad augurarmelo. Mi ha donato l’incarnazione dell’augurio, nella tenerezza di uno sguardo immortalato in una statuetta di cera, come si usava un tempo fare a Sciacca. Così mi ha spiegato. Uno sguardo quello del Bambino Gesù che non sembra di cera, che sembra vivo, che sembra catturarti, che sembra richiamarti, che sembra offrirti la luce di una speranza che si accende non con una luce ma come un fuoco dentro nei giorni più bui.
“Buon Natale”, mi ha detto a sorpresa la mia amica facendomi questo dono, lasciandomi letteralmente di cera. “Grazie”, le ho detto, squagliandomi nel calore di un abbraccio: “Buon Natale a te”.
Raimondo Moncada
Lascia un commento