Dal mottino allo stroke snack, non ci capiamo più

Non ci capiamo più, ok? Parliamo per non capirci, per non farci capire. Ade esempio, che significa recarsi in uno Stroke Unit o in uno Spoke? Ma dove siamo a Londra? a New York? Nello spazio di Guerre Stellari? 
È una riflessione che è nata spontaneamente conversando con un amico direttore di un giornale amato da uno scrittore che sapeva ragionare e invitava a ragionare con la propria ragione e non con la testa degli altri. Una questione non di poco conto quello della lingua, strumento per entrare in contatto con altre persone, comunicando qualcosa, ma facendosi capire. Non avrei potuto dire a mia nonna Carmela, buonanima, una frase del genere: 
“Non preoccuparti, se starai male proverò a portarti – se non mi confondo -, prima al Dea, poi all’Hub, quindi allo Spoke e alla fine allo Strike Unit”. 
Lei, sotto choc, mi avrebbe guardato e mi avrebbe detto: 
“Portami unni vo, basta ca nun mi fa moriri.” 
Ed io avrei avuto difficoltà ad essere sincero e a rispondere: 
“Nonna, anche io non ci capisco nulla e pi chistu mi veni di moriri”. 
“E allura?” 
“Stai tranquilla che comunque in ospedale ci arriviamo anchi cu carrettu, a pedi, ammuttannu. Poi ci pensano loro a scegliere l’Unità Complessa Operativa Specializzata Operante dove ricoverarti.” 
“Chi dici?” 
“Nenti dissi, nenti”. 
“U cori mi sta facennu scoppiari!” 
“Ti portu o spitali?” 
“E si mi mettinu fora, in day ospital?” 
Ma come parliamo? Siamo ormai da ricovero, col problema però di non andare a finire in un semplice reparto. Si inventano tanti di quei nomi che entri in un ospedale ed è come se entrassi in una struttura straniera, ti fai la croce e ti affidi alle cure dei medici se li capisci. Alcuni, quando parlano, non li capisci perché parlano con termini che sembrano di un altro mondo. Quello che hai o non hai te lo dicono, ma dalle parole che entrano nelle tue orecchie non capisci la gravità. La intuisci dal tono delle parole e dai gesti. Se non c’è niente di grave, la voce avrà un certo tono. Se invece il medico balbetterà, farà lunghe pause, cercherà in aria le parole, accennerà a qualche pacca sulle spalle, significherà inequivocabilmente che il figlio di tua moglie è solo suo figlio e non il tuo perché gli esami genetici richiesti per un altro malanno hanno avuto questo indesiderato effetto collaterale di rivelarti le sue scientifiche e inappellabili origini. 
E allora non lo accompagnerai più a scuola manu e manuzza? Non gli farai frequentare le attività dei Pon? O dei Pof? Non avrai la possibilità di diventare rappresentante dei genitori e avere dei contatti con il dirigente dell’Ufficio V – Ambito Territoriale per la Provincia di Agrigento dell’Ufficio Scolastico Regionale della Sicilia… 
“Chi?” 
“Il provveditore!” 
“Ah!” 
È diventato davvero difficile farsi capire, ma non lo vogliamo capire, perché tutto ci sembra scontato in tutti i settori e non solo in quello della Sanità o della Scuola (se entri in una facoltà scientifica, ingegneristica, informatica, spaziale, l’italiano è ridotto proprio ai minimi termini e se lo parli vieni guardato male: “Who you are? Where are you from? What’s your mother’s name? Cu sì? Di unni veni? A cu apparteni?”). Diamo per scontato che gli altri capiscano, ma non capiscono o fanno finta di capire regalandoti un bel like per non mostrarsi di non saperne nulla ed essere presi per ignoranti. E dunque parliamo una non lingua che è una scorciatoia insidiosissima, buia, dove spegniamo il cervello e non riflettiamo, non pensiamo più a quello che diciamo replicando parole che noi stessi non capiamo. Questione di ticket? Di budget? Di management? Di governance? Di customer sadisfaction? Di vision? Di mission? Di performance? Di spread? Di background? 
Non lo so! Non lo so! Per saperlo dovrei rivolgermi al call center o leggere le FAQ (Frequently Asked Questions), ma non so più in quale lingua perché il vocabolario della mia, col tempo, ha come subito gli effetti di una spending review delle sicule e poi italiche parole, quelle di uso comune, semplici, chiare, comprese da tutti. 
Siamo stati violentati e, dentro una escalation inarrestabile, continuiamo ad esserlo dall’alluvione di una lingua, quella inglese soprattutto, che si parla non solo nella lontana Gran Bretagna – che raggiungiamo pure, pagando, per andarla ad affinare con stage, master e via di questo passo – ma anche nella lontanissima America, grande paese legato all’Italia da rapporti non millenari ma ultra millenari ed è per questo che accettiamo di buon grado la trasformazione dell’italiano in un’altra lingua. 
“Ok?” 
“Sì”. 
“Cosa?” 
“Volevo dire ok!” 
Chiudo qui, consigliandovi come happy end (non prendetemi per influencer) un bel coffee-break, rimandandovi per un gradito feedback ai miei social account dove, vi garantisco, rispetterò la vostra privacy e la vostra voglia di relax. 
È inutile! Non si salva più nessuno. Il trend è questo e ognuno pensa all’appeal del proprio brand. Step by step siamo entrati tutti nel tunnel e non c’è ne siamo accorti. Anche mia nonna Carmela, che nella mia decisiva infanzia è stata coach e sponsor, ci sarebbe alla fine entrata. La immagino nella sua casetta di Palma di Montechiaro, a poca distanza dalle residenze del Gattopardo: 
“Oggi per il party ti cucino slow food”. 
“Chi?” 
“Cosi boni! Cosi a parti di casa: du passuluna, chiappi, chiapparina, zarchi, maccu, capunatina, cacocciuli, babbaluci…” 
“Cu sucu e patati? 
“Gna certu!” 
“E allura vegnu! Vegnu, cara e insuperabile Grandmother che, invece degli snack, mi compravi i più gustosi mottini!” 
Raimondo Moncada

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