Scaraventato lontano dall’onda d’urto della malattia



Non tutti reagiscono allo stesso modo, anche tra gli iper social. Fedez sta raccontando passo dopo passo la sua grave malattia, la scoperta, il terrore, i pianti, il pensiero per i figli, per la moglie, suscitando pure polemiche. 

Io no, dalla diagnosi mi sono chiuso, ritirato dalla mia vita di sempre, dalla mia normalità, vivendo il mio durissimo percorso di cura e di speranza in maniera il più riservata possibile senza bandire avvisi pubblici. C’è ancora chi, tra amici e parenti, mi chiama o mi invia messaggi non sapendo nulla e rimanendo sorpresi alla notizia: “Non ci sta!”, “Non è possibile!”, “Mi dispiace”, “Forza, dai che ce la farai!”


Mi sono ritirato, non ho più scritto un rigo sui miei profili social né ho interagito con alcuno. Sono sparito e in tanti si sono chiesti perché. 


C’è stato come un passaggio tra la luce e l’ombra di un utente che era stato sempre presente con leggerezza, con ironia, col sorriso, con positività. 

Mi sono tenuto vivo nel mondo del web scrivendo di tanto in tanto qualcosa sul mio blog, che mi ha tenuto occupato e sveglio il cervello, che mi ha un po’ distratto. Ho scritto però d’altro, non della patologia. I medici mi hanno detto fin dall’inizio: “La sua testa e parte della terapia”.


Mi sono ritirato per l’inaspettata gran botta ricevuta e forse anche per proteggermi, per non dover stare lì a rispondere a tantissimi commenti, a tantissime richieste di notizie e io a riferire a ogni passaggio, a ogni novità, e a stare così sempre dentro la malattia, l’anormalità, il dolore. 


Ognuno reagisce in modo differente. E non per male.


È così traumatico quando ti dicono quello che hai, quando danno un brutto nome a quello che non sapevi di portare dentro, che ti stordisci, che perdi ogni equilibrio. Tremi, tutto diventa nero e in un attimo ti cambia ogni cosa. In quell’attimo sei come scaraventato lontano dall’onda d’urto di una bomba. Non ci credi neanche. Anche adesso. Ti senti poi come sospeso in aria e con un’eruzione di pensieri in testa, ti si annebbia la visione del futuro, con l’ignoto che fa capolino con il suo carico di preoccupazioni. E sei incazzato nero con il destino per la sorpresa che ti ha riservato nel mezzo della tua vita e te la prendi con te stesso per la colpevole sordità, per non aver dato ascolto al corpo che prima ti parlava, ti comunicava il malessere ma rinviavo, rinviavo (ora passa, mi dicevo, non sapendo, non essendo un medico, non avendo in mano uno straccio di esame), fino a quando non è stato più possibile rinviare. 


La verità è che ci sentiamo invulnerabili, invincibili, indistruttibili, dei Goldrake. La malattia la vediamo sempre negli altri e non in noi stessi. Ma siamo fragili, fragilissimi. Siamo in certi momenti della vita come foglie d’autunno, e non poeticamente, che, nel perdere il colorito, cercano di resistere al gelo e alle tempeste di vento aggrappandosi al loro albero più che possono per succhiargli, come poppanti indifesi, le ultime gocce di linfa vitale. 


Ora, dopo un irto cammino, dopo terapie tostissime, ho raggiunto il primo traguardo della montagna pianificato dai medici nell’inverno 2021 alla fine del percorso terapeutico: l’intervento chirurgico, per cacciare via l’intruso, l’alieno, l’indesiderato.


È stata la mia prima volta, in tutto. Non ero preparato. Nessuno ti prepara ad affrontare una guerra. Ma sono arrivato sereno all’appuntamento, almeno mi sono sforzato, cosciente dei risultati del percorso clinico fatto fin qui, sorretto, sostenuto, protetto, coccolato, aiutato, amato dalla famiglia e dagli amici e con la sicurezza di essermi affidato a medici e infermieri eccellenti. Questa è stata la grande forza che mi ha tenuto in piedi, che si è sommata alla forza che ho trovato in me, che mi è venuta in soccorso e che credevo di non possedere per affrontare una sfida che, dall’esterno, ho visto affrontare ad altri e che incoraggiavo. 


Oggi, non so perché, con mille dubbi, ho voluto condividere parte di questa mia parentesi, riapparendo, riafferrando un po’ della mia vecchia normalità e raccontando la storia della mia sparizione: con la malattia, il terrore, i pianti, il pensiero alla vita e alla famiglia, come Fedez, uguale uguale. O quasi. 


Continua ad essere tutto così strano, così non normale. È tutto vero? Mi chiedo ancora pensando di essere dentro a un film. Ma ormai il traguardo inseguito è stato tagliato. Ho riaperto gli occhi ed è già tutto diverso. Sono un po’ ammaccato per i postumi di un intervento molto impegnativo a cui sono stato sottoposto a inizio settimana ma ci sono ancora, per me e per chi mi vuole bene (la foto, con la vestina fiorata e i capelli alla moda, è stata scattata prima dell’operazione da fotografi di fiducia, per non dimenticare). 


Grazie di cuore a tutti per le manifestazioni d’affetto e di sostegno che mi sono giunte. Vi ringrazio ora personalmente con questo post perché dallo scatto della foto pre operatoria ho spento il cellulare e non ho potuto rispondere alle telefonate e ai messaggi di familiari e cari amici. Ma c’è chi lo ha fatto per me, delegata a questo compito, con un altro cellulare, preso d’assalto da familiari e amici giustamente in ansia e affettuosamente preoccupati per me. 


Sono in leggera ripresa post operatoria. Ci saranno altre tappe. Ma guardo con fiducia quello che verrà.


Raimondo Moncada 



P.S. Mi permetto di lanciare un appello: partecipate a ogni campagna di prevenzione sanitaria. Salvano la vita. Non rinviate come ho fatto io alcun controllo. Prendetevi cura di voi stessi, lo dovete anche a chi vi sta vicino. 



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