Vita in ospedale


C’è una grande differenza tra fuori e dentro. Due mondi. La vita reale, nella città reale, dove tutto scorre velocemente, e la vita ospedaliera, dove il tempo non passa mai ed è riempito dal dolore, dall’angoscia, dallo sconforto e dalla speranza.

Non sei l’unico a soffrire. Non hai l’esclusiva. Prima di lamentarti devi pensare a chi sta peggio di te. E ce ne sono. Ma ti lamenti lo stesso perché hai i tuoi dolori personali da curare, che meritano la dovuta attenzione, mentre da altre stanze ti arriva il grido straziato di un ignoto paziente, un grido continuo, giornaliero, per qualcosa di umanamente insopportabile. Quando non si sente, in quelle pause pensi che gli avranno dato qualcosa di potente per allontanarlo dal suo dolore, non so se pre o post operatorio. 


Ai lamenti di questo paziente si aggiunge l’urlo di un altro che chiama “AIUTO! AIUTO!”. Potrebbe chiamare l’intervento dei sanitari con il pulsante rosso di alert che abbiamo a disposizione ma non lo fa. Preferisce richiamare l’attenzione di medici e infermieri con tutta la voce che ha in corpo. E i medici e gli infermieri arrivano in un lampo. Sono i tuoi guaritori, la tua speranza, i tuoi assistenti, il tuo sfogatoio, i tuoi psicologi. Io non farei mai un lavoro del genere a contatto con la sofferenza umana a cui al di fuori non pensiamo. Sembra un mondo a sé, distante, ci entriamo quando qualcuno della nostra famiglia, o noi stessi, abbiamo bisogno di medicina, di scienza, di protocolli, della mano, dell’intelligenza, della preparazione, della sensibilità di chi ha studiato per far guarire uomini e donne da quasi tutti i mali con progressi che noti. Oggi, ad esempio, c’è la robotica in chirurgia e ne ho fatto esperienza con Leonardo. 


Quando i dottori passano per la quotidiana visita, non ascolti solo le loro risposte alle tue domande, ma osservi anche le loro reazioni, le loro occhiate, le loro pause. E fai un’esame di tutto con la una sensibilità schizzata alle stelle. Stai attento a tutto col rischio di sbagliare interpretazione. Per questo mi sforzo di non sapere tutto, di lasciar fare. 


Viene pure un frate per chiederti chi sei, per parlre con te, per donarti la leggerezza di un sorriso, per trasmetterti tutta la potenza della fede che un autentico uomo di fede ha, per recitare una preghiera e darti una santa benedizione. 


Fuori, nel mondo reale e distante, c’è un caldo insopportabile che sta bruciando tutto. Così mi viene riferito. Dentro, in ospedale, c’è un freddo insopportabile, almeno per me, non abituato all’aria condizionata. È un freddo che viene contrastato dal calore dei rapporti umani che si creano spontaneamente col compagno di stanza e col personale sanitario che ti chiama per nome: Raimondo! E, nella confidenza crescente, ti permetti di fare pure delle battute per provare a sdrammatizzare momenti difficili, che sei chiamato ad affrontare. 

“Può anche rifiutarsi, ma è per la sua salute”.


E che devi fare? Lo fai, magari ti metti le mani in faccia e attutisci l’urlo, per non farlo sentire a nessuno, ma lo fai. Spesse volte il dolore è doppio, perché oltre al dolore fisico c’è anche il pensiero del dolore che proverai. È il pensiero del dolore che anticipa il dolore. Non puoi fare a meno di pensare. Hai così tanti pensieri che la notte non dormi. La testa non ne vuol sapere di spegnersi. Ci provi, cerchi di controllare la respirazione, ma la mente capricciosa prende il sopravvento. E stai sveglio con gli occhi chiusi con il silenzio del reparto violentato dall’alert di chi ha bisogno dell’infermiere di turno che è sempre presente e corre. 

“Ha bisogno?”


È un suo mondo, l’ospedale. E dentro tutti siamo uguali. La malattia rende uguali. Non ci sono professori con meno sofferenza e alunni con una sofferenza maggiore. E nessuno è esente dal diventarne cittadino. Ci sono anziani, i meno anziani, i giovani e, purtroppo, anche i bambini la cui visione ti stravolge. 


L’ospedale non ha un attimo di respiro. È sempre pieno e sempre lo sarà. Mi arriva la notizia di un amico che ha avuto da poco diagnosticato qualcosa di non bello. A lui, che in questi mesi mi ha incoraggiato nel mio lungo e duro percorso terapeutico fino all’intervento, va tutto il mio affetto e il mio sostegno, per quel che posso. È uno dei pensieri delle mie notti insonni. 


Raimondo Moncada


P.S. Ne approfitto per ringraziare di cuore quanti in questi giorni hanno avuto parole di conforto, incoraggiamento, empatia e cuoricini nel giorno della mia apparizione social dopo sette mesi di forzata sparizione. Vorrei rispondere a tutti singolarmente. Ma mi avete travolto e ancora non mi sento di interagire. Ma vi ho letto uno a uno, emozionandomi. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Proudly powered by WordPress | Theme: Baskerville 2 by Anders Noren.

Up ↑