Leonardo Sciascia? Un principiante. E non lo dico io. Lo scrittore racalmutese lo ha confessato in un libro, facendosi intervistare da Marcelle Padovani:
“Vorrei dire qualcosa sul piacere e il divertimento. Attualmente, sto leggendo un certo numero di scrittori italiani, e mi tocca costatare che non si divertono in quanto non divertono, e che non riescono a nascondere la fatica e la noia che provano scrivendo. E un’impressione terribile: si sente che uno si mette a tavolino e che si dice: ‘Devo assolutamente scriverlo, questo dannato libro, a patto di finirlo in fretta’. Donde le lacune, i punti oscuri, le incomprensibilità, le frasi vuote, e soprattutto tutto quell’insopportabile portare avanti una specie di scritturale paranoia. È un atteggiamento che non riesco a capire, avrei addirittura voglia di dire ad alcuni di questi autori: ‘Ma perché diavolo scrive? Non si sobbarchi a questa pena, a questa sofferenza, a questo tormento’. Il che rivela anche fino a che punto io mi senta un dilettante rispetto a questi amanti dei lavori forzati, un dilettante nel senso letterale del termine, cioè ‘chi prende diletto’. Certo, però, che il mio diletto è un mestiere, e un mestiere che faccio seriamente. Un artigiano, calzolaio, sarto o falegname, una volta, in tempi non tanto lontani, si impegnava a dare alla gente oggetti che fossero belli nella forma e comodi nell’uso. Perché uno scrittore non dovrebbe sentire lo stesso impegno?“
La confessione si trova nel libro La Sicilia come metafora e la ricordiamo nel giorno dell’anniversario della morte dello scrittore per imparare qualcosa dall’eredità dei Maestri.
Raimondo Moncada

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