
Un’amica artista ha consigliato a Lucia di rompere oggi qualcosa, con scruscio. Fare il botto di fine anno, insomma. Rompere qualcosa di vecchio che rappresenta il passato da dimenticare, rimuovere, che ha già rotto abbastanza.
E cosa posso rompere?
Mi sono chiesto dopo la confessione. Cosa posso frantumare in me, nella mia mente, nel mio animo, nel mio profondo, dopo quanto accaduto, quanto finora vissuto?
Vediamo…
Potrei rompere gli ospedali che mi hanno preso in carico e in cura. Ma non si può perché ancora ne ho bisogno e ancora ne hanno bisogno altri.
Potrei rompere il letto telecomandato col pulsanti o rosso dell’emergenza su cui sono stato ricoverato … quello sì, ma dovrei risalire a Bologna e questo fine anno lo voglio trascorrere a casa, giù in Sicilia (si può però rompere dopo, col nuovo anno: lo inserisco nell’elenco delle buone intenzioni del 2023).
Potrei rompere e buttare dalla finestra il divano su cui mi siedo, mi distendo, per vedere la tv, per perdermi tra gli scrollamenti social e che ha risentito nella sua pelle un intenso anno di abbandono. Ma non me la sento. Vorrei rifarmi e fargli sentire il calore che non ha ricevuto.
Potrei rompere il sacchettino (la cara e inseparabile stomia) che ancora mi porto dietro, meco… ma non si può perché sporcherei e mi sporcherei tutto e non sarebbe una bella visione.
Potrei rompere il grande scatolone contenente tutte le medicine, tutti i dispositivi medici che ho già preso, usato e che continuo ad aprire. Ma non si può perché ho avuto salva la vita, perché mi hanno aiutato a gestire le complicazioni, perché mi hanno aiutato a attutire l’insopportabile dolore. No, meglio di no.
Potrei rompere le scatole a qualcuno, fare il porta a porta per le case di familiari e amici e sanitari che mi sono stati vicini e mettermi a cantare di gratitudine e affetto con la banda musicale e non farli dormire tutta la notte. Questo sì, si può fare e se sentite il suono della sirena, quella sarà per me che mi verranno ad arrestare per disturbo della quiete pubblica e a portarmi in un manicomio di felicità.
Buon anno a tutti, senza rotture di scatole. Che sia un anno di salute, innanzitutto. Perché senza la salute non si va da nessuna parte, anzi si va solo in una parte: in ospedale. E meno male che ci sono e dobbiamo sempre pretendere che funzionino bene e ringraziare sempre medici, infermieri, gli operatori socio sanitari, tutto il personale, che ci assistono, curano i nostri mali, anche le ferite del nostro animo, prendendoti la mano e accarezzandoti la fronte e parlandoti con dolci materne parole, come mi è accaduto. Grazie per tutto, grazie per l’umanità che mi ha travolto.
Raimondo Moncada
P.S. Nel frattempo ho trovato la risposta alla domanda. Comprerò il mio ultimo cannolo siciliano di ricotta e lo romperò ma non per buttarlo fuori dalla finestra. Lo romperò per farne un’opera d’arte per gli occhi e per lo stomaco proponendomelo come “cannolo scomposto”. Una genialata! Ecco, se dovessi alla fine rompere qualcosa sarà per ricomporla e farne qualcosa di diverso, di più appetibile, di più gustoso, di più bello, di più buono. Ancora auguri di buon anno, con tutti i sensi accesi.
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