
Abbiamo costruito la nostra vita prima del recente impazzimento del clima, forzando pure. Se prima pioveva un bicchiere d’acqua, adesso ne cade dal cielo un intero servizio come per un banchetto reale e in poco tempo e dopo lunghi periodi di siccità.
È diventato tutto estremo, incontenibile e imprevedibile.
Bisogna ripensare tutto, ricostruire tutto, tenendo conto delle nuove regole che sta stabilendo il manicomio che abbiamo creato facendo arrabbiare la natura che ora in una regione ora in un’altra, ora in una città ora in un’altra, ora in un quartiere ora in un altro, ci colpisce profondamente, rompendo ogni cosa, aggredendoci, inseguendoci, entrandoci a casa, facendoci sentire vulnerabili e impotenti.
Esprimo una umile e incompetente opinione. Non sono un esperto. Non sono competente di meteo, di ingegneria, di geologia, di idraulica, di protezione civile, di assetto del territorio. Non sono nelle condizioni di dare consigli su quello che andava fatto e non si è fatto e su quello che dovrà essere fatto (tantissimo!). Sono un cittadino che ha paura dell’insicurezza che si è creata ovunque e non parlo solo dell’Italia, ma del mondo. Quella climatica è un’emergenza globale. La natura ci sta facendo la guerra. Ma noi finora abbiamo fatto la guerra a chi lo ha sostenuto, chiamati pure “gretini”.
È un allarme rosso ormai perennemente acceso, che non si spegnerà col sole e col bel tempo. Mi risuona un detto antico in questo momento: a mali estremi estremi rimedi.
Raimondo Moncada
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