In tanti, amici e familiari, meridionali, hanno preso in questi giorni possesso della loro nuova scuola. Sono insegnanti, siciliani, migranti di cattedra, precari, supplenti, in attesa di sicurezze per il loro futuro. Sono giovani, neolaureati, e anche non più giovani e avanti con gli anni e con famiglia.
Accettano la chiamata, ovunque, anche in un posto sperduto dell’oblunga Italia. Anche per un breve periodo di insegnamento. E fanno bene. Anche io farei così. Ho sentito di una giovane, senza auto, andata in Piemonte alla quale sono state assegnate due sedi distanti chilometri l’una dall’altra. Troverà la soluzione.
Una sorta di terno al lotto. E si adeguano e si organizzano, come gli africani che vengono costi quel che costi dall’altra sponda del Mediterraneo, anche in sedi disagiatissime, lontane, prendendo casa, prendendo auto, con la speranza che sia l’ultimo anno, che siano le ultime spese. E intanto festeggiano per la chiamata, per l’incarico. E io con loro.
È pur sempre un lavoro, un’occupazione, una dignità, anche se buona parte dello stipendio se ne andrà per altro. Ma meglio questo che niente, che stare a casa a deprimersi, a lamentarsi.
Arriverà il giorno in cui tutto avrà una sua sistemazione. Speriamo. Intanto auguri di cuore per questo nuovo anno scolastico. Fatevi valere, come sempre. L’Italia scolastica è in mano a voi.
Raimondo Moncada
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