
Handicappato, minorato, mutilato, invalido, menomato, disabile. Non si sa mai come indicare una persona ritenuta non completa, non integra, non in condizioni di normalità fisica o psichica come la stragrande maggioranza dei cittadini, dei componenti di una popolazione, di una comunità.
A ogni termine diamo significati diversi, sfumature rilevanti, anche consapevolmente o inconsapevolmente negativi e offensivi. Per essere meno d’impatto, dimostrarci più sensibili, diciamo con delicatezza pure “diversamente abili” creando comunque una categoria o una sotto categoria: ci sono gli abili da un lato e i diversamente abili dall’altro, quelli a cui manca comunque qualcosa rispetto ai primi. Di tanto in tanto sentiamo dire anche di persone con “altre” o “diverse” abilità come per dare una carezza, un incoraggiamento, un sentimento umano di vicinanza.
Dobbiamo per forza definire. E ci manca poco per averlo pure indicato sulla carta d’identità. Cittadino? Disabile! Segni particolari? Disabilità …
Oggi è la Giornata Internazionale dei diritti delle persone con disabilità proclamata nel 1981 dall’ONU. La giornata è nata con lo scopo di promuovere i diritti e il benessere dei disabili. L’ONU, quarant’anni fa, ha cristallizzato una definizione, piaccia o non piaccia. Perché i disabili esistono, ci sono, soffrono della loro condizione fisica, psichica, sociale, culturale, di distanza, di distacco, di mancanza di ascolto. E non vogliono essere trattati diversamente come appartenenti chissà a quale tribù ma (secondo me) cittadini con altre necessità che hanno semplicemente bisogno di qualcosa in più, essendo al di sopra della normalità: c’è chi ha bisogno di mezzi autonomi per muoversi autonomamente, chi di un supporto alla comunicazione e alla socialità, chi di uno strumento per istruirsi, chi di percorsi non ostacolanti, chi di un’assistenza medica maggiorata e puntuale, chi di una sincera umana comprensione.
Non possono fare o gli viene difficile fare, per cause genetiche, incidenti, patologie, qualcosa che altri sanno fare con semplicità, con naturalezza: camminare, sedersi, ascoltare, parlare, leggere, socializzare, lavarsi, vestirsi, mangiare …
E non solo le persone interessate, ovvero i cosiddetti disabili, ma hanno bisogno, tanto bisogno, le famiglie, tante famiglie che si prendono cura dalla nascita, e fin quando possono, di figli con esigenze straeccezionali che vanno al di là delle loro umane e concrete possibilità.
Attenzioni, per sentirsi meno esclusi, meno diversi.
Raimondo Moncada
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