Straniero a casa mia.
Io con l’obbligo di conoscere l’italiano non sarei neppure entrato in una classe normale. Sarei stato escluso dalla scuola italiana. E chissà quanti della mia periferia.
Io non parlavo l’italiano. I miei amici di strada non parlavano l’italiano. I miei amici con cui giocavavo a ppà con le figurine di Scirea e Mazzola o nel campo di calcio con le zolle del Villaggio Mosè non parlavano italiano. Loro parlavano il favarese, io parlavo il Giurgintano, assieme agli altri che al Villaggio sono arrivati da Agrigento.
Se ci fosse stato per noi un test di ingresso per frequentare l’elementare De Cosmi sarebbero entrati soltanto in pochi: figli di professori, medici, avvocati, dirigenti pubblici.
Io l’italiano l’ho appreso ascoltandolo da chi lo parlava e sforzandomi di comunicare con questa nuova lingua che a casa mia non si parlava. Ci esprimevamo in siciliano.
Ricordo ancora in prima media, alla Pirandello di Agrigento, la professoressa di Italiano, prossima alla pensione, prendere il mio primo compito, il mio primo tema, alzarsi dalla scrivania, sventolarlo e dire all’intera classe: “Ecco come non si scrive in italiano!”.
E questa cosa me la sono portata per anni, fino ad oggi, come una vergogna ad essere nato siciliano e a parlare in siciliano che è pure una lingua con la quale si sono espressi fior di scrittori e poeti e anche premi Nobel. Ma era come se una legge non scritta avesse disposto che chi parlava il siciliano doveva solo vergognarsi perché lingua delle periferie delle periferie delle periferie.
È certo: io allora a sei anni (settembre del 1973) non avrei superato la selezione sulla conoscenza dell’italiano e non sarei entrato nella stessa classe degli italiani, nati e cresciuti in famiglie dove si parlava solo la lingua toscana di Dante e non quella della scuola poetica siciliana di Federico II.
E se ci fossero state leggi di esclusione dei parlanti siciliani sarei finito in un ghetto, in una classe composta da studenti considerati non dico stranieri ma con disabilità linguistica, in quanto parlanti solo la lingua secolare dei propri avi, quella dell’isola e non quella nazionale.
Mi piacerebbe, a distanza di tempo, incontrare tutte le mie docenti di Italiano e di Lettere, quasi tutte materne, umane, empatiche, insegnanti e non professoresse per fare un bilancio del loro insegnamento e del mio apprendimento. Qualcosa l’ho imparato. Non tutto. Ma sono ancora in cammino, e in ascolto.
Raimondo Moncada
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