“Io prendo un genovese”.
Il mio orecchio distratto si orienta verso la fonte del suono che ha articolato questa richiesta dentro un bar di Sciacca. È una donna sui settant’anni, distinta, ben vestita, ben truccata, capelli ben sistemati, parla bene l’italiano, sembra allittrata, molto più allittrata di me che io parto dal siciliano per arrivare all’italiano. Sono dietro di lei, non riesco a guardarla in volto. È pure in compagnia di un’amica di pari età che ordina una granita di gelsi, senza esitazione.
“Io prendo un genovese, grazie. Lo tagli in due”.
“Accomodatevi al tavolo che adesso arrivo”.
Tutto il mio sapere va in frantumi. Vengo assalito dai dubbi. Io amo questo dolce con dentro la crema pasticciera e l’ho sempre chiamato al femminile. E infatti quando arriva il mio turno dico:
“Io prendo una genovese!” poggiando la voce su “una”.
Vengo servito come la signora con il suo genovese, ma non mi posso trattenere e chiedo al titolare:
“Mi scusi, la signora poco fa vi ha ordinato un genovese. Ma si dice un genovese o una genovese?”
“Qua noi diciamo da una vita una genovese e una genovese diremo sempre”.
“Grazie. Ora mangerò con più gusto. Viva la genovese! Ma comu ci vinni ntesta a signura?”.
Si riprende, con più consapevolezza e dolcezza non dimenticando che a volte mi scappa, da agrigentino, anche “genovesa”.
Raimondo Moncada
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