Non posso non pensarci. Oggi ancora di più che è la Giornata mondiale contro di te.
Carissimo (per modo di dire),
è da più di tre anni che mi tieni sulle spine. Una volta scoperto non ho perso tempo e sono entrato in guerra: all’inizio ti hanno bombardato e poi ti hanno preso e staccato da me con altre parti del mio corpo ancora sofferente.
Mi hai sconvolto la vita. L’hai sconvolta a me e ai miei familiari che non mi hanno lasciato un istante. Perché questo fai: sconvolgere e distruggere, aggredendo lentamente corpo, mente, anima. Ti insinui silenziosamente in profondità come le radici di un ficus e danneggi ogni cosa.
Ho pensato di non farcela, di non tornare più a casa. E invece ti scrivo proprio da casa, grazie a chi mi ha preso in cura negli ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna. Ricordo ancora il primo incontro con un chirurgo che mi faceva il disegnino su un foglio del percorso a tappe: “Ci possiamo provare!”.
Perché la situazione non era delle migliori. Tu sei furbo (sperto si dice dalle mie parti), e cresci cresci indisturbato fino a quando non c’è il danno. E io sono stato un cretino a sottovalutare i segnali che c’erano, rinviando in avanti un esame salvavita qual è una semplice colonscopia. Se l’avessi fatta subito, non sarei arrivato a uno stato in cui c’era poco da fare (un medico mi ha dato pure pochi mesi di vita). Perché acchiapparti subito, quando sei piccolo, cambia tutto. Hai maggiori percentuali di vivere più a lungo. Prenderti tardi complica tutto. E tu speri nella negligenza delle persone che, come me, rinviano rinviano rinviano un esame che oggi la sanità pubblica ti fa pure gratis.
Ma mi sentivo Goldrake, invincibile, come tanti perché la malattia colpisce gli altri e non noi.
La mia vita è cambiata, io sono cambiato. Quanti pianti mi hai fatto fare. Ricordo le prime notti in ospedale, ricordo l’angoscia, ricordo i cieli neri, ricordo ore e ore di strani farmaci che inondavano il mio corpo che non ne poteva più, ricordo la mia debolezza, ricordo i capelli che mi rimanevano tra le mani, ricordo l’intontimento, ricordo il dolore che non se ne andava neanche con potenti antidolorifici. Lo ricordo così tanto che quando si affaccia anche adesso qualche complicazione, qualche anomalia, muto tutto come i cieli neri di questo inverno e tremo ancora per la paura di ricominciare tutto da capo.
Questo fai. Non te ne vai con un intervento chirurgico. Rimani a farmi compagnia per sempre, tenendomi in allarme, minacciandomi di ritornare, cercando di contrastare ogni mia aspirazione, volontà, forza che è aumentata con mia grande sorpresa e questo ti ha dato fastidio.
Se ti avessi preso prima, tutto questo protagonismo (spirtizza!) non l’avresti avuto. Mi auguro che tante persone non facciano come me e ascoltino gli inviti degli oncologi. Solo così sarai sconfitto: prevenzione, diagnosi precoce, cure, interventi e anche assistenza sanitaria continua in ogni pertugio d’Italia perché chi è stato colpito ha sempre bisogno di una sanità vicina, umana, pubblica, nazionale, efficiente, che ti dia speranza, che ti venga a prendere da casa senza perdere quel tempo prezioso che ti salva la vita.
Non auguro a nessuno di vivere ciò che fai vivere a un malato oncologico e ciò che fai vivere ai suoi familiari che deve essere compreso per rendere il più agevole possibile il durissimo percorso di cura.
Tutti contro di te, oggi e per sempre, con ogni mezzo.
Raimondo Moncada
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