Non toccatemi la storica strada statale 115!

Non toccatemi la strada statale 115! Lasciatela così com’è.
Mi ricorda troppo il mio passato, e il passato della mia famiglia, della mia terra che desidererei rimanesse immutato o comunque lento al cambiamento. L’ho attraversata per andare da Sciacca a Gela e sono stato due ore abbondanti in macchina come in una salutare passeggiata, con quella lentezza che ti porta a goderti inevitabilmente il paesaggio: l’attraversamento di Seccagrande, Montallegro, Siculiana, la Porto Empedocle di nonna Rosina, la natia Agrigento, la Palma di Montechiaro dei nonni materni, Licata e poi Gela, con il mare, le campagne, i ruderi di quella miniera Ciavolotta (dopo il Villaggio Mosè dove il regista Pietro Germi è sceso a 250 metri per girare Il cammino della speranza).

Tra Licata e Gela, addirittura, in una curva, mi sono dovuto fermare (pensavo per un incidente!). Quando in questa curva a gomito, ricavata in una protuberanza rocciosa, incroci un mezzo pesante o passi tu o passa il mezzo pesante. A cortesia! E ti metti in fila, fermo, senza pensare di arrivare in ritardo all’appuntamento, perché puoi goderti il mare che scintilla davanti a te, a pochi metri, con una piattaforma petrolifera in lontananza.

Poi riprendi. Ma sei costretto ad andare piano. Ci sono i cartelli circolari che per lunghi tratti ti obbligano a non superare i 50/60 chilometri orari, ci sono i cartelli triangolari che ti indicano le curve pericolose, ci sono pure gli autovelox che tengono desta l’attenzione. E poi ci sono i mezzi pesanti che quando sono pieni, appunto pesanti, vanno più piano di una bici e tu ci stai dietro, approfittando della loro andatura per goderti la natura e della loro scia per risparmiare carburante. Impieghi due ore piene per arrivare all’ingresso di Gela, con una media di 60 chilometri orari.

Un’autostrada, l’unico tratto che manca in Sicilia, quello che congiungerebbe Castelvetrano a Gela, unendo due province, Agrigento e Caltanissetta, ma anche altri territori confinanti, ti consentirebbe di coprire il percorso in un’ora. Ma a che prezzo? Al prezzo della velocità, che accorciando di metà il tragitto non ti consentirebbe di goderti il paesaggio unico al mondo e di rimanere nella storia, in una strada che ha percorso anche Pietro Germi per girare per territori a fare sopralluoghi e poi per girare film, nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Palermo, Catania, Ragusa. Una strada storica, da tutelare da inopportuni “modernismi” come li chiamava lo stesso regista che per Divorzio all’Italiana e per Sedotta e abbandonata ha goduto della costruzione dell’autostrada del Sole, che congiungeva la parte continentale dell’Italia.

Ma che è venuto a fare in questa terra un uomo dell’autostradale Nord, come Pietro Germi, in un Sud senza autostrade? E non una ma cinque volte? Testa dura! Ne ho parlato a Gela, dopo due ore e passa di macchina (dalla sua terra di adozione, ovvero Sciacca), nel presentare il libro a lui dedicato.

Raimondo Moncada

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