Al malato bisogna dare la speranza di guarire.
Al malato bisogna accendere una luce, anche piccola, piccolissima, dentro il suo tunnel oscuro, anche senza speranza, in cui la malattia, specialmente quella dal nome fastidioso, impronunciabile, lo ha infilato a forza, terremotandogli la vita.
E lo ripeto oggi, nella giornata mondiale del malato.
Non sapete come si vive con certe malattie e con una diagnosi di fine vita o di quasi fine vita.
La tua esistenza si ferma e procede a istanti e ogni istante è prezioso perché potrebbe essere l’ultimo e, nella sofferenza, nell’angoscia, dono inaspettato della malattia, te lo gusti vivendo non più una vita, ma due, tre, dieci, nello stesso istante.
E provi a non perdere la speranza. Cerchi continuamente di cogliere nel tono dell’espressione di chi ti parla, nel movimento delle sue ciglia, nell’apertura delle sue pupille, nella dilatazione delle sue rughe, una sia pur minima possibilità di guarigione: ce la possiamo fare! ci possiamo riuscire! con le terapie, con gli interventi, con il farmaco che è in via di sperimentazione ma che arriverà, che sta arrivando.
Il malato ha bisogno di sentirselo dire e ha bisogno di strade spianate dentro strutture sanitarie che all’inizio sembrano fortezze inarrivabili; ha bisogno di carezze, di cure, di conforto, di essere assistito continuamente, secondo le sue necessità del momento, senza dover sbattere la testa, fino a quando il tunnel oscuro si illumina di sola luce senza più alcuna ombra.
È già terapeutico il rapporto umano con il portiere, con il vigilante, con chi fa le pulizie, con l’addetto dell’ufficio informazioni, con l’OSA, con l’infermiere, con il medico… con chiunque entri in contatto con il malato.
L’iter dovrebbe essere di una semplicità allarmante: ti ammali, ti rivolgi al tuo medico, ti viene indicato il percorso, ci entri, ti affidi, ricevi nei tempi quanto di meglio possa offrire oggi la medicina con protocolli universali, prima, durante e dopo, in ogni punto d’Italia, senza alcuna disparità geografica, sociale, economica, culturale, etnica o altro.
Niente pozioni magiche, ciarlatani che sfruttano il bisogno, percorsi non scientifici, superficialità, improvvisazioni, scortesie, insensibilità, titoli di carta.
Il malato ha diritto alla speranza, ha diritto a raggiungere il traguardo della sua piena salute, e ha diritto a non soffrire oltre la sua stessa sofferenza.
Raimondo Moncada
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