Sono entrato in un bar pasticceria. Mi sono presentato a una ragazza dietro il bancone pronta già, vedendomi, ad afferrare la mia genovese del sabato.
“Buongiorno!”
“Prego…”
“Oggi mi voglio fare del male…”
“Cosa?”
“Oggi mi voglio fare del male, ha sentito bene”.
“Contento lei”.
“Oggi non prendo la solita genovese del sabato mattina, ma…”
“Ma…?”
“Un bel cannolo di ricotta. L’avete?”
“Certo”.
“Non lo vedo però in vetrina…”
“È in laboratorio, riempiamo la cialda all’istante per presentarsi al massimo della sua freschezza. Quanti?”.
“Cosa?”
“Quanti cannoli?”
“Uno! Uno mi basta per tutto questo mese di dicembre. Grazie.”
“Prego, si accomodi. Due minuti e la servo”.
Neanche gliel’ho fatto posare sul tavolino per non fare subire al cannolo movimenti disturbanti, deformanti delle sue proprietà estetiche e organolettiche. Gliel’ho preso dal vassoio, ho chiuso gli occhi e mi sono goduto pienamente i morsi, l’inondazione di ricotta freschissima nel palato, la croccante masticazione in quei denti ancora resistenti…
Ne sentivo il bisogno. Oggi mi sono svegliato molto stordito, con un senso di vuoto e di scarico, dopo l’emozionante omaggio e il dolce ricordo collettivo di ieri sera a un’amica che non c’è più ma c’è.
Raimondo Moncada
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