Lo abbiamo ucciso noi. Con la nostra indifferenza, con il nostro non diffuso sostegno, con il nostro fastidio per le sirene che lo facevano vivere blindato in una macchina, tra una casa bunker e un’aula bunker.
Lo abbiamo ucciso noi, non credendogli, attaccandolo pure, screditandolo, delegittimandolo, emarginandolo: “Ma chi ti credi di essere? Dove vuoi arrivare? Troppo ti pupii in televisione! Datti una calmata”.
Lo abbiamo ucciso noi pensando che volesse fare carriera in magistratura e in politica, sfruttare la notorietà, il suo ruolo tanto esposto a contrastare la mafia a tutti i livelli per raggiungere solo obiettivi personali.
Lo abbiamo ucciso noi accettando il sistema che lui combatteva, accettando il potere che lui provava a smantellare e che già aveva ucciso altri colleghi, altri poliziotti, altri carabinieri che ci avevano provato sapendo a cosa andavano incontro.
Lo abbiamo ucciso noi perché si era spinto oltre ogni limite aggredendo tutte quelle sicurezze grazie alle quali erano ormai costituite le nostre rassegnate esistenze e a cui ormai eravamo abituati: il pizzo, l’usura, l’appalto, il favore di un bidone d’acqua.
Lo abbiamo ucciso noi perché pur sapendo che era nel mirino abbiamo aspettato lo scoppio di 300 chilogrammi di tritolo a Capaci per dargli ragione e celebrarlo ogni 23 maggio – lui, la moglie Francesca, Vito, Rocco, Antonio – lasciando l’amico Paolo che a Giovanni dedicherà i suoi ultimi due mesi di vita prima di essere dissolto come il fumo delle sue inseparabili sigarette.
Raimondo Moncada
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