Impiegavo 27 ore per raggiungere Milano. 27 ore in treno dalla stazione di Agrigento. Diretto: Agrigento centrale-Milano centrale. Lo ricordo bene, dopo oltre quarant’anni.
Siamo negli anni Ottanta, ma anche oltre ho vissuto quel treno, e non solo per Milano centrale. E non è che avevi il posto assegnato, assicurato, tranquillo. No!
Facevi il biglietto e pregavi per trovare, salendo dentro quel budello, una sistemazione nelle poltroncine degli scompartimenti, soprattutto in alta stagione, come in estate o come a Natale o come quando si rientra e si scende, da studenti, dai luoghi di studio.
Se non trovavi posto sulle poltroncine, e negli scompartimenti dove potevi sistemare anche i tuoi bagagli, l’alternativa era stare in corridoio, in piedi. Per ore. Solo un colpo di fortuna ti faceva trovare in corridoio un sedile libero dove ti potevi sedere per un po’ nel via vai continuo.
Partivi da Agrigento e ti fermavi a tutte le stazioni della provincia. Facevi il ripasso della geografia dei comuni agrigentini. E già lì entravi gradualmente in un tempo imprecisato, quello in cui non dovevi avere fretta di arrivare. E ti godevi il paesaggio, avendone tutto il tempo, per l’ultima volta: le campagne di fuoco, il mare abbagliante, l’Etna fumante.
La prima grande meta era Catania, poi Messina, la pausa refrigerante del traghetto, Napoli, Roma, Firenze, Bologna, fino alla meta finale con due occhi allucinati e un corpo che avrebbe avuto bisogno di una settimana per recuperare da quel viaggio da film in bianco e nero.
Dormivi poco e niente. Delle volte, nella disperazione, ho provato anche a fare come altri: trasformarmi in acrobata e dormire sopra il portabagagli in corridoio, rischiando di cadere e farmi male. Alcune volte ci sono riuscito.
L’alternativa era distendersi a terra, sul pavimento, dove nonostante le rotaie potevi dormire a piccoli frammenti di tempo perché ti dovevi alzare quando eri d’ostacolo alle persone che salivano dalle infinite stazioni intermedie o quando uscivano di corsa dagli scompartimenti e ti chiedevano permesso per andare in bagno. E se non ti alzavi o spostavi a sufficienza finivi pure calpestato da mille piedi di cui non sentivi più la puzza tanto era più potente l’odore del treno che ti si appiccicava addosso.
I viaggi sul mitico Freccia del Sud ce li ho ancora dentro. E sfidano i viaggi venuti dopo dal Nord Africa.
Raimondo Moncada
Lascia un commento