È un peccato. Non lanciare il pane. Non è solo tradizione quella di San Calò di Giurgenti che negli ultimi anni sconta un divieto che viene dall’alto, dalle autorità ecclesiastiche. Per me è più di una semplice tradizione folcloristica.
In questi giorni mi è capitato di discuterne con due amici agrigentini, uno vive e lavora a Milano, l’altro lavora a Sciacca. L’amico di Milano: “Ancora lo lanciano il pane duro?”. E mi ricorda l’episodio da lui vissuto tanto tempo fa con una persona sanguinante colpita alla testa. L’amico di Sciacca mi spiega la motivazione del divieto, quello che ha spinto la Chiesa a prendere una posizione ferma: buttare il pane è peccato con tante famiglie bisognose ci sono in giro.
Io sono nato con quel gesto. Io sono cresciuto nel quartiere di San Gerlando, con quel lancio di pane dai balconi, dalle finestre, da sopra le scalinate della cattedrale di San Gerlando che quasi non ti facevano vedere il santo, tanti erano i panini che dall’alto venivano lanciati al Santo Miracoloso ripetendo l’antico, originario gesto, quando San Calò andava a dare soccorso agli appestati e a chi aveva bisogno, per povertà, di un pezzo di pane.
Dietro quel gesto, di aiuto, di ringraziamento, di speranza per una grazia chiesta, per sé, per un familiare, in una situazione disperata, c’era un legame antico, rafforzato di generazione in generazione.
Io l’ho baciato a San Calò, me lo hanno fatto baciare non ricordo se tra il lancio del pane. Ero troppo piccolo. Ma, certo, ho rischiato anche io la mia incolumità. Ricevere un panino in testa, che prende velocità con la distanza e con l’altezza, non è una bella cosa. Più sei piccolo, più sei delicato e più aumenta la dimensione di quello che in gergo chiamiamo “cucuruni”, la conseguenza fisica del contatto pane-testa.
E ho rischiato anche di essere calpestato dai mille piedi dei portatori quando uscivo dalla casetta di Vicolo Seminario per riempire le mie borse del pane che arrivava a terra. Mi intrufolavo tra le gambe di chi portava la pesante vara e provavo a battere la concorrenza di altri bambini. Riempita la borsa la portavo a casa e non è che il pane si buttava. No! Il pane veniva diviso tra i vicini e mangiato. Ma come il pane che rotolava a terra? Sì! Era il pane sacro di San Calò. Mai fatto male. Sono ancora vivo.
E allora perché non ripristinare quello che ho io vissuto e quello che le nuove generazioni non stanno vivendo? Si potrebbero non dare dei divieti, ma degli obblighi. Si potrebbero autorizzare solo quei lanciatori di pane che doneranno la stessa quantità di pane da lanciare – o il corrispettivo in denaro – alla Caritas da destinare a chi ne ha davvero bisogno, a chi oggi è l’appestato di un tempo.
Evviva San Calò!
Raimondo Moncada
P.S. È il semplice e innocente punto di vista di quel Raimondino, nato e cresciuto anche con quel lancio del pane oltre che con altro nutrimento.
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