San Calogero e Raimondino

Non è un santuario qualsiasi. Ci entri e nel silenzio avvolgente del sacro luogo senti come una musica, sottile, che già parte da una posizione elevata, su Monte Cronio o Monte San Calogero, in onore del santo eremita che qui, dentro un’umile grotta, tra i caldi fumi provenienti dal cuore della terra e con un’apertura all’infinito, aveva eletto il proprio domicilio tra la fine del V e l’inizio del VI secolo d.C.

E io di tanto in tanto ci salgo come in pellegrinaggio, ma solitario, e mi presento al santo che a Sciacca ha un colore bianco al quale non mi sono ancora abituato mentre ad Agrigento, dove sono nato e cresciuto, ha una pelle nera che più nera non si può.

E oggi mi è venuta spontanea la domanda: “Ti ricordi di me?”. Perché da piccolissimo, a Giurgenti, a San Giullà, nel quartiere dove ha abitato la mia famiglia, i miei genitori mi hanno affidato alle mani callose e robuste dei suoi portatori anneriti dal sole elevandomi al suo volto per un bacio miracoloso.

Ed ecco che, tra la musica sempre più alta del suo santuario saccense, uscendo dal mio pellegrinaggio, mi è sembrato di sentire la sua voce: “Certo che mi ricordo, caro Raimondino”.

Raimondo Moncada

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